sabato 17 settembre 2016

8 milioni di anni e non sentirli


Nuovo studia rivela l’incredibile longevità evolutiva dell’alligatore americano.

Credit: Kristen Grace
Dal clima alla forma stessa della penisola, non molto della Florida è rimasto invariato negli ultimi 8 milioni di anni.
Eccetto gli alligatori.

Molti degli attuali predatori appartengono a specie recenti a livello evolutivo, invece il moderno alligatore americano (Alligator mississipiensis) è un rettile letteralmente “di un altro tempo”.
Un nuovo studio dell’Università della Florida mostra che la specie non è stata toccata da grossi cambiamenti evolutivi negli ultimi 8 milioni di anni, cioè ben 6 milioni di anni in più rispetto a quanto si pensava
A parte alcuni squali e una manciata di altri animali, sono davvero poche le specie di vertebrati viventi che possono annoverare una così lunga storia evolutiva con così pochi mutamenti.

Se potessimo andare indietro nel tempo di 8 milioni di anni, potremmo vedere aggirarsi praticamente lo stesso animale come si vedrebbe oggi nel sud-est. Anche 30 milioni di anni fa gli alligatori non apparivano molto diversi da oggi”. Così spiega Evan Whiting, autore principale dello studio pubblicato nell’estate 2016 sul Journal of Herpetology and Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology.
“Siamo rimasti sorpresi nello scoprire fossili di alligatori così antichi che appartengono alle specie oggi viventi, piuttosto che a specie estinte”.

Nonostante gli alligatori abbiano un aspetto preistorico, non sono però immuni all’evoluzione: al contrario, essi sono il risultato di una linea evolutiva incredibilmente antica. Il gruppo di cui fanno parte, Crocodylia, è sulla Terra da almeno 84 milioni di anni e i suoi antenati risalgono al Triassico, oltre 200 milioni di anni fa. 

Evan Whiting parla dell’alligatore come di un sopravvissuto, che ha saputo resistere a fluttuazioni del livello del mare e cambiamenti climatici estremi che hanno causato l’estinzione di molte specie animali meno adattate.

La ricerca mostra anche che l’alligatore americano ha per molto tempo condiviso l’habitat costiero con Gavialosuchus americanus, coccodrilli marini lunghi 8 metri estinti 5 milioni di anni fa.
L’alligatore americano oggi non ha competitori, ma milioni di anni fa ha convissuto non solo con un altro coccodrillo, ma con un coccodrillo più grande di lui.

Attualmente però l’alligatore americano si trova a dover fronteggiare un pericolo mai affrontato in passato: l’uomo.

Nonostante la loro adattabilità e resilienza, gli alligatori sono stati cacciati fin quasi all’estinzione negli ultimi 200 anni. L’Endangered Species Act ha permesso di aumentare il numero di esemplari in natura, ma avvengono ancora incontri tra umani e alligatori che sono poco piacevoli per entrambi, e in molte aree l’habitat dell’alligatore continua a venire distrutto per costruire nuovi abitati umani. 

“Gli stessi caratteri che hanno permesso all’alligatore di rimanere virtualmente lo stesso attraverso molti cambiamenti ambientali per milioni di anni, può ora divenire un problema nel momento in cui essi cercano di adattarsi all’uomo. La loro adattabilità è il motivo per cui oggi possiamo trovare alligatori che nuotano nelle nostre piscine o che vagano nei campi da golf”.


Evan Whiting spera che la sua ricerca possa servire ad informare il pubblico che gli alligatori erano in Florida da molto tempo prima dell’uomo, e che è necessario agire per preservare le popolazioni selvatiche di alligatori e i loro habitat.
Grazie alla conoscenza più approfondita della loro storia evolutiva, la ricerca può fungere da base per la conservazione dell’ambiente dove gli alligatori hanno dominato per milioni di anni.
“Se conosciamo dalla documentazione fossile che gli alligatori hanno prosperato per così lungo tempo in certi tipi di habitat, sappiamo su quali ambienti focalizzare i nostri sforzi di conservazione e gestione ambientale”.

Fonte: Phys.org - A reptilian anachronism: American alligator older than we thought, di Stephenie Livingston, 16 settembre 2016. 




lunedì 15 agosto 2016

Progetto Cineteca Botanica

Il regno vegetale ha ispirato da sempre in vario modo sceneggiatori e registi: il progetto "Cineteca Botanica" vorrebbe dare un'idea di quanto e come la produzione cinematografica si sia ispirata al mondo verde.
Potete consultare l'elenco dei film nell'apposita sezione, costantemente aggiornata, e contribuire ad arricchirla suggerendo titoli non ancora inclusi:
http://crocomania.blogspot.it/p/cineteca-botanica.html



martedì 22 dicembre 2015

Happy CROC Christmas!

Per i miei tre affezionati lettori, ecco lo sfondo desktop per Natale 2015 del CrocoBlog :D

Buone feste e buon 2016!

(clicca sull'immagine per vederla a grandezza originale e scaricarla)

martedì 24 febbraio 2015

Estinzioni di massa causate dalla materia oscura della nostra galassia?

Una ricerca del biologo Michael Rampino, dell'Università di New York e del Goddard Institute della NASA, sembra mostrare che i passaggi della Terra attraverso il piano galattico possono avere una correlazione diretta e significativa con fenomeni geologici e biologici che avvengono sulla Terra.

In un articolo in uscita sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, il professor Rampino afferma che il movimento attraverso la materia oscura potrebbe perturbare le orbite di comete e portare ad un riscaldamento del nucleo terrestre, entrambi fenomeni connessi con episodi di estinzione di massa.

Il piano galattico è il luogo della Via Lattea in cui risiede il nostro sistema solare, contiene stelle, polveri e nubi di gas, nonché una considerevole quantità di materia oscura, una forma di materia sfuggente che può essere osservata solo attraverso i suoi effetti gravitazionali.

Sappiamo che la Terra ruota attorno al centro della Galassia compiendo un’orbita circolare una volta ogni 250 milioni di anni. Ma la traiettoria della Terra è anche ondeggiante, con il Sole e i pianeti che passano sopra e sotto al piano galattico approssimativamente ogni 30 milioni di anni.

Studiando la ricorrenza di questi passaggi lungo il piano galattico, Rampino ha notato che sembra esserci una correlazione con gli episodi di impatti cometari e quindi con eventi di estinzione di massa. Il famoso impatto cometario risalente a 66 milioni di anni fa che ha portato all’estinzione dei dinosauri ne è un esempio.

Cosa potrebbe causare questa correlazione tra i passaggi lungo il piano galattico, gli impatti e quindi le estinzioni ad essi connesse?

Attraversando il piano galattico, osserva Rampino, la materia oscura presente potrebbe disturbare le traiettorie delle comete, che compiono orbite tipicamente lontane dalla Terra, nelle regioni più esterne del sistema solare. Questo, secondo il professor Rampino, potrebbe implicare una variazione di traiettoria e una maggiore probabilità di impatto delle comete con il nostro pianeta.

Un altro effetto dovuto al passaggio attraverso il piano galattico e all’interazione con la materia oscura potrebbe riguardare il nucleo terrestre.

Col tempo, sostiene Rampino, l’annichilazione di particelle di materia oscura potrebbero produrre una considerevole quantità di calore nel nucleo della Terra, innescando eventi come eruzioni vulcaniche, formazione di montagne, inversioni del campo magnetico e variazioni del livello del mare, che mostrano picchi di ricorrenza proprio ogni 30 milioni di anni.

Rampino quindi suggerisce che i fenomeni astrofisici derivanti dai passaggi della Terra attraverso il piano galattico potrebbero risultare in drammatici cambiamenti nell’attività geologica e biologica del nostro pianeta.

Il modello presentato in questo studio, che propone diverse interazioni tra la materia oscura e la Terra durante i suoi passaggi attraverso il piano galattico, potrebbe avere un considerevole impatto nella nostra comprensione degli sviluppi geologici e biologici terrestri, così come quelli di altri pianeti.

«Abbiamo la fortuna di vivere su un pianeta ideale per lo sviluppo della vita», dice Rampino, «ma la storia della Terra è scandita da eventi di estinzione di massa, alcuni dei quali sono di difficile spiegazione. Potrebbe essere che la materia oscura – la cui natura ci è ancora sconosciuta, ma che racchiude un quarto del contenuto dell’universo – sia la risposta. Oltre ad essere importante su scale più vaste, la materia oscura potrebbe avere un’influenza diretta sulla vita sulla Terra».


Articolo originale di Elisa Nichelli per Media Inaf:
http://www.media.inaf.it/2015/02/19/la-materia-oscura-puo-causare-estinzioni-di-massa/



mercoledì 21 gennaio 2015

Dalla Tanzania con furore: il coccodrillo mangiatore di dinosauri

Sono stati scoperti in Tanzania reperti fossili di una specie di “coccodrillo predatore” con denti dalla forma a pugnale.
Lungo 2,7 metri e risalente a circa 247 milioni di anni fa (medio Triassico), l’animale aveva scaglie ossee sul dorso come i moderni coccodrilli e camminava con le zampe distese sotto il corpo.

I reperti fossili scoperti e la loro collocazione (clicca per ingrandire)

Il nome scientifico è Nundasuchus songeaensis: il genere significa “coccodrillo predatore” (Nunda in lingua swahili significa infatti predatore), il nome specifico deriva da Songea, la città nei pressi della quale sono stati scoperti i reperti.

La scoperta risale al 2007 e si deve a Sterling Nesbitt, professore di geologia impegnato in una campagna di scavi a caccia degli antenati di coccodrilli e uccelli.

“C’è un grande buco nella documentazione fossile nel periodo in cui vissero gli antenati comuni di coccodrilli e uccelli”, sostiene il professore. “Questa scoperta ci aiuta a mettere qualche tassello, ma stiamo ancora studiando e cercando di capirne le implicazioni”.

Il periodo in cui visse Nundasuchus era quello in cui stavano emergendo i dinosauri. Questa specie aveva una struttura come quella dei dinosauri e degli uccelli, con le zampe poste sotto il corpo e non di lato, ma aveva anche il dorso coperto da scaglie ossee come quelle dei coccodrilli.

Le scoperte relative alla nuova specie fossile sono state pubblicate sulla rivista Journal of Vertebrate Palaeontology (DOI:10.1080/02724634.2014.859622#sthash.RBwHP5R1.dpuf).



mercoledì 14 gennaio 2015

La strana storia della bile di coccodrillo e della birra killer in Mozambico

Pochi giorni fa è stata diffusa dalla Associated Press una strana storia proveniente dal Mozambico: diverse decine di persone sono morte dopo avere bevuto una birra tradizionale che si dice contenesse “bile di coccodrillo”.

Radio Monzambico ha aggiornato la notizia lunedì mattina, confermando che 69 persone sono morte e 196 sono ricoverate in ospedale, dopo avere partecipato a un rito funebre venerdì nel villaggio di Chitima, nella parte occidentale del Paese.
Le persone si erano riunite nel corso della giornata a bere "pombe", una bevanda fermentata a base di sorgo, crusca, mais e zucchero. (Nota a margine: il nome latino di un lievito in genere non usato per la produzione della birra è Schizosaccharomyces pombe).

- Aggiornamento al 14 gennaio: Radio Mozambico riferisce che 73 persone sono morte. Le autorità non hanno ancora determinato quale sia la sostanza velenosa nella bevanda tradizionale. -

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus)
nel Lago Chamo, Etiopia.
Credit: Bernard Gagnon, C BY-SA 3.0 license

Il proprietario dello stand della bevanda, sua figlia, una nipote e quattro membri delle famiglie vicine sono stati tra i primi sette morti portati all'obitorio dell'ospedale locale nella mattinata di sabato.

Paula Bernardo - direttrice distrettuale per la salute, le politiche sociali e femminili a Cahora Bassa - ha dichiarato a Radio Mozambico che le autorità hanno cercato di determinare la causa di queste morti, gli ospedali locali sono stati sommersi di persone che soffrono di diarrea e dolori muscolari. I pazienti provenivano sia da Chitima sia dal vicino villaggio di Songo.

Il direttore sanitario della provincia di Tete, Carla Mosse Lazarus, ha affermato che i campioni sono già stati inviati a un laboratorio di analisi nazionale, per determinare quale veleno o veleni abbiano contaminato il recipiente contenente 210 litri della bevanda fermentata.

A differenza delle notizie riportate dai media, ad oggi non si trova in alcun resoconto dal Mozambico un qualche riferimento o speculazione sul fatto che la sostanza tossica possa essere stata "bile di coccodrillo", o qualunque altro nome locale dato ad essa (come per esempio “ndura”). Il brevissimo trafiletto della Associated Press apparso sul New York Times cita un altro funzionario, Alex Albertini, come la fonte di questa ipotesi.


Se il veleno è "bile di coccodrillo," che cos'è esattamente?

“Bile di coccodrillo” letteralmente è il succo digestivo dalla cistifellea del coccodrillo del Nilo, Crocodylus niloticus. 
L'uso del termine risale al 1899 a proposito di certe accuse di stregoneria, secondo il professor N.Z. Nyazema del Dipartimento di Farmacologia Clinica presso l'Università dello Zimbabwe, che ne ha scritto sul Central African Journal of Medicine nel 1984 e 1985. L'università, ad Harare, è a circa 480 km a sud-ovest attraverso il confine con il Mozambico, da dove proviene la storia dell’avvelenamento.

La bile contiene molecole chiamate sali biliari o acidi biliari, che gli animali usano per sciogliere o emulsionare i grassi. Queste molecole si legano anche ai recettori ormonali che regolano la loro stessa produzione. Gli acidi biliari potrebbero essere molto tossici a concentrazioni molto elevate, come potrebbe essere qualsiasi forte detergente, tuttavia questo non è coerente con le concentrazioni che sarebbero state usate nei casi di avvelenamento tradizionali.

Il professor Nyazema scrive:
“E’ opinione diffusa che la bile di coccodrillo sia molto velenosa. Lo “nduru” viene usato come veleno, che viene aggiunto alla birra o al porridge “sadza” di una ignara vittima. Non è facile acquistare questo veleno e non è facile nemmeno uccidere un coccodrillo unicamente allo scopo di ottenerne la bile. Ma pagando una buona somma si può ottenere del veleno da un n'anga [un guaritore tradizionale della tribù Shona dello Zimbabwe]. I n'anga possono avvelenare la vittima aggiungendo qualcosa di misterioso agli ingredienti del veleno. È stato riferito che l'avvelenamento avviene in occasioni speciali come quello di bere birra insieme: si dice che lo “nduru” venga introdotto nella birra immergendo il dito o un chiodo su cui è posta una piccola quantità di veleno. Questo sarebbe sufficiente allo scopo. La sfortunata vittima dovrebbe morire entro 24 ore. Il veleno dovrebbe manifestarsi quando il paziente inizia a sentire dolori all'addome.

Il professor Nyazema apprese queste storie dagli scritti del professor Michael Gelfand, un medico sudafricano che ha guidato il reparto a metà del XX secolo e ha scritto ampiamente sulla medicina coloniale nell’Africa sud-orientale.

Ciò ha portato Nyazema a mettere in discussione la veridicità di queste storie tradizionali; egli ha indagato sulla tossicità acuta di una grande quantità di bile di coccodrillo in venti topi di entrambi i sessi utilizzando sia estratti in acqua e alcool della bile (con la collaborazione del Kariba Crocodile Farm per la fornitura di dieci cistifellee per la sua ricerca). Ai topi sono state fatte bere due diverse concentrazioni di ciascun tipo di soluzione di bile per 7 giorni. Il medico ha anche usato un babbuino come ulteriore cavia.

Nessuno degli animali morì o sembrò avvertire segni di tossicità. La ricerca difetta di misurazioni patologiche o parametri ematochimici, ma il rapporto sembra sufficiente per concludere che la bile di coccodrillo non è il costituente mortale del cosiddetto “nduru”.

Nella tragedia in corso in Mozambico, non si riesce proprio ad immaginare quanta bile avrebbe mai dovuto essere aggiunta a 210 litri di birra per poter causare così tante morti.

Strophanthus petersianus, una pianta sudafricana
contenente glicosidi cardioattivi simili alla digitalina

Da innocui coccodrilli a mortali vegetali

Gli scritti di 30 anni fa del professor Nyazema possono fornire una risposta. Egli ha ipotizzato che le descrizioni tradizionali di questo veleno potrebbero essere coerenti con una pianta tossica, il cui estratto potrebbe venire aggiunto alla birra durante pratiche magiche.
Nyazema ha osservato che la struttura chimica degli acidi biliari non è così lontana da quella dei glicosidi cardiaci di origine vegetale, sostanze che vengono utilizzate oggi nei farmaci per pazienti con insufficienza cardiaca o alcuni tipi di disturbi del ritmo cardiaco.

I glicosidi cardiaci, tra cui la digitalina, hanno un basso indice terapeutico, cioè esiste un ristretto margine tra la dose terapeutica benefica e la dose tossica. Piante come la digitale (Digitalis purpurea) si trovano comunemente in Africa sudorientale come esemplari “sfuggiti” alle coltivazione dei coloni europei, ma Nyazema elenca anche 11 specie di piante africane che contengono glucosidi cardiaci simili.

Mentre alte dosi di glicosidi cardiaci portano ovviamente il battito cardiaco a zero, sintomi come nausea, vomito, dolori addominali e diarrea possono indicare un avvelenamento da glicosidi cardiaci. Questi sintomi sono coerenti con le descrizioni fornite dalle autorità sanitarie del Mozambico.

I tentativi di contattare il professor Nyazema non hanno avuto successo, ma egli era ancora attivo come autore di pubblicazioni almeno fino al 2013. I test analitici di questo drammatico evento potranno dirci se il professore aveva effettivamente ragione riguardo la reale fonte del veleno tradizionale chiamato “nduru”. 
Ma un mistero rimarrebbe ancora: chi avrebbe fatto una cosa del genere, e perché?


Articolo originale di David Kroll - “Did Crocodile Bile Really Kill 73 People In Mozambique?” - 12 gennaio 2015
http://www.forbes.com/sites/davidkroll/2015/01/12/what-is-crocodile-bile-and-is-it-really-poisonous/
Traduzione e adattamento a cura del Crocoblog - 14 gennaio 2015
http://crocomania.blogspot.it/2015/01/bile-di-coccodrillo-Mozambico.html



mercoledì 24 dicembre 2014

Auguri

Il mio augurio per gli affezionatissimi tre lettori del blog =)
Buone feste e sereno 2015!

(clicca per ingrandire)


venerdì 31 ottobre 2014

Che fine ha fatto l'Hobbit di Flores?


Il 28 ottobre 2004 venivano pubblicati su Nature due articoli sul ritrovamento di fossili di una possibile nuova specie di uomo preistorico, vissuto fino a 18.000 anni fa sull'isola di Flores in Indonesia.
A distanza di 10 anni, il dibattito sulla presunta nuova specie è ancora aperto: ne parla per esempio il periodico Le Scienze, ripreso da Antikitera.com (-> Leggi l'articolo).

Da grande appassionata di paleontologia, non potevo che scrivere a mia volta un articolo: sono passati già 10 anni, ma credo possa essere ancora una lettura utile:


Sommario: 
INTRODUZIONE
>> Modelli
 1. Dispersione
 2. Vicarianza
>> Meccanismi
 1. Diffusione degli organismi nel modello della dispersione
 2. Diffusione degli organismi nel modello della vicarianza

LE ISOLE
>> Il nanismo
>> Il gigantismo
>> Popolamento delle isole

IL CASO FLORES
>> La Linea di Wallace
>> Chi è l’Uomo di Flores
>> Libera ricerca?
>> Ipotesi sull’Uomo di Flores
A) Il quadro della situazione prima della scoperta
1. Ipotesi monocentrica
2. Ipotesi policentrica
B) Come cambia il panorama della storia umana
1. Plasticità adattativa degli Homo
2. Coesistenza di più specie
3. Volume del cervello
4. Implicazioni biogeografiche: l’erectus marinaio?
5. La terza via: due sole specie umane
6. Estinzione
7. Implicazioni criptozoologiche

NOTE
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA


Buona lettura - e buon compleanno all'hobbit di Flores!



venerdì 24 ottobre 2014

Cooperare è meglio! Altre evidenze sull'intelligenza dei coccodrilli

Ci siamo occupati negli ultimi articoli di diversi aspetti che dimostrano una (per molti) inaspettata intelligenza nei coccodrilli [1].
Torniamo a parlarne, perché da un po' di tempo a questa parte sembra che diversi ricercatori si stiano appassionando al tema e sempre più articoli compaiono su riviste specializzate.

Abbiamo già incontrato il dottor Dinets, del Dipartimento di Psicologia dell'Università del Tennessee (USA): ora ci sorprende con una nuova ricerca, portata avanti sfruttando anche i siti di social network. 
L'oggetto della sua ricerca infatti è da sempre difficile da documentare, così Dinets ha pensato bene di chiedere aiuto a quanti più possibile osservatori locali: oltre alle sue spedizioni personali, ha quindi potuto usufruire di report da tutto il mondo di persone che a vario titolo hanno a che fare con i coccodrilli, e che possono quindi fornirgli informazioni di prima mano. 

Ma andiamo con ordine: qual è l'oggetto dell'ultima ricerca di Dinets?

Alligatori americani impegnati in una pesca di gruppo.

Il dr. Dinets sta studiando il comportamento sociale dei coccodrilli (in senso ampio, cioè coccodrilli, alligatori e caimani): nello specifico, il suo ultimo lavoro riguarda il comportamento predatorio
Studiare questo aspetto è notoriamente faccenda poco agevole: i coccodrilli sono predatori silenziosi e mimetici che tendono agguati, quindi è impossibile prevedere una loro azione; inoltre sono animali dal metabolismo lento e mangiano molto meno spesso degli animali a sangue caldo; sono anche per lo più notturni e cacciano nelle torbide acque di fiumi e paludi tropicali. Infine, molte osservazioni del loro comportamento predatorio vengono spesso fatte da personale non specializzato e non vengono mai pubblicate, oppure compaiono su riviste praticamente sconosciute.

Per superare queste difficoltà, Dinets ha sfruttato social networks come Facebook e altri, lanciando un appello per solleticare testimoni oculari come naturalisti, ricercatori e persone che lavorano con i coccodrilli. Ha anche consultato report e diari di scienziati e ha effettuato egli stesso oltre 3000 ore di osservazioni.

La ricerca, pubblicata su Ethology Ecology & Evolution [2], mostra quanto possano essere sofisticate e ben organizzate le strategie predatorie dei coccodrilli: essi possono infatti cooperare per effettuare una caccia in gruppo, come avviene in alcune specie di mammiferi come i lupi.

Tutte le osservazioni raccolte da Dinets mostrano aspetti comuni, pur riferendosi a specie diverse di coccodrilli sparse in tutto il mondo, in particolare coordinazione e cooperazione.

Per esempio, i coccodrilli possono nuotare in cerchio attorno a un banco di pesci, stringendo gradualmente il cerchio fino ad intrappolare i pesci al centro: a quel punto, ogni coccodrillo a turno si slancia verso il centro per afferrare un pesce.

Altre volte si è osservata una organizzazione che sfrutta le diverse "stazze" dei coccodrilli: quelli più grossi spingono i pesci dalle aree più profonde del lago verso una zona dove sono in agguato i coccodrilli di taglia più piccola e snella, che bloccano la fuga dei pesci.
In un caso si è osservato un grosso coccodrillo spaventare un maiale selvatico e farlo gettare nelle acque di una laguna, dove due coccodrilli più piccoli stavano aspettando nascosti nelle acque torbide. Questo suggerisce che ogni coccodrillo è stato in grado di anticipare le posizione e le azioni reciproche, senza la possibilità di vedere gli altri due.

Dinets sostiene che tutti i resoconti raccolti indicano che i coccodrilli possono rientrare in una ristretta cerchia di predatori - solo una ventina di specie animali, tra cui l'uomo - in grado di coordinare le proprie azioni in modi sofisticati e assegnando differenti ruoli ai vari individui in base a diverse caratteristiche.

Sono certamente necessarie ulteriori osservazioni per comprendere meglio di cosa siano realmente capaci questi animali, e le osservazioni non sono facili da effettuare e da raccogliere. Ma siamo fiduciosi nel lavoro di Dinets e di tutti gli altri ricercatori che, affascinati come noi da queste creature che risalgono alla notte dei tempi, cercano di fare luce sulle loro straordinarie abilità.


Note:

[1] Vedi gli ultimi tre articoli:
"I coccodrilli usano strumenti per attirare le prede" - http://crocomania.blogspot.it/2014/01/i-coccodrilli-usano-strumenti-per.html
"4 recenti scoperte mostrano perché i coccodrilli sono più intelligenti di quanto si pensi" - http://crocomania.blogspot.it/2014/06/coccodrilli-intelligenti.html

[2] Vladimir Dinets (2014): Apparent coordination and collaboration in cooperatively hunting crocodilians, Ethology Ecology & Evolution, DOI: 10.1080/03949370.2014.915432 - http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/03949370.2014.915432
La ricerca è scaricabile in PDF: http://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/03949370.2014.915432




lunedì 9 giugno 2014

4 recenti scoperte mostrano perché i coccodrilli sono più intelligenti di quanto si pensi



Recentemente diverse storie riguardanti i coccodrilli sono balzate agli onori della cronaca in Costa Rica. Mercoledì un coccodrillo lungo 3,5 metri è stato avvistato in un fiume nella regione del Guanacaste dove nuotavano molti turisti (il coccodrillo è poi stato trasportato in una riserva naturale). Due settimane fa un altro, lungo 2 metri, si aggirava nel parcheggio di un ospedale in Ciudad Neily. Alla fine di aprile, un uomo ha preso la poco saggia decisione di nuotare nelle acque notoriamente infestate di coccodrilli del Rio Tárcoles (la sua testa è stata ritrovata fluttuante sul fiume).

Fino a quando gli esseri umani continueranno ad invadere gli habitat del coccodrillo, questo tipo di incontri avrà sempre un senso. I rettili vivono su questo pianeta da centinaia di milioni di anni e nessuno aveva mai minacciato questi giganti. Ora in alcune parti del mondo vengono cacciati quasi all’estinzione.  

Ma con tanti anni alle spalle passati sul pianeta Terra, non aspettatevi che i coccodrilli consentano a dei gracili esseri umani di distruggere tutto così facilmente. 

Un articolo pubblicato sulla rivista The American Scholar elenca le caratteristiche più recenti documentate nei coccodrilli dopo 65 milioni di anni di evoluzione (cioè da dopo l’estinzione dei dinosauri). [1]

Ecco le quattro scoperte più recenti che mostrano perché i coccodrilli sono più intelligenti di quanto si creda:



1. Possono arrampicarsi sugli alberi. 
E usano il “tree climbing” come parte di una sorta di sistema di vigilanza di quartiere, come dimostra un recente studio [2]. I coccodrilli “arboricoli” sono stati visti nel Parco nazionale Santa Rosa del Costa Rica e in molti altri habitat in tutto il mondo. Cuccioli di coccodrillo sono stati avvistati ad altezze di 9 metri da terra. 
I coccodrilli si arrampicano sugli alberi per crogiolarsi al sole e regolare così la loro temperatura corporea (sono infatti animali a sangue freddo). Ma lo studio rivela inoltre che utilizzano lo spazio più elevato per vigilare sui dintorni, poiché tendono a fuggire appena avvistano i ricercatori che si fanno troppo vicini. La fuga è facile per un coccodrillo che sta in alto e in piedi sulle zampe: il rettile, dopo avere avvistato una minaccia, può rotolare giù dal ramo e tuffarsi nelle acque sottostanti.

2. Utilizzano strumenti. 
È un ramo o un coccodrillo? I coccodrilli sono consapevoli di essere dei maestri del travestimento. Gli stessi scienziati che hanno pubblicato la ricerca sui coccodrilli “arboricoli”, hanno anche scoperto che i coccodrilli sanno bilanciare ramoscelli sul muso per mimetizzarsi con l'ambiente circostante [3]. Scrivono gli autori: “I coccodrilli rimanevano perfettamente immobili per ore, e se cambiavano posizione facevano in modo che i rami rimanessero in equilibrio sui loro musi”.
Il Los Angeles Times spiega lo scenario più dettagliatamente [4]: 
“I rami erano lì per pura coincidenza? Era solo una parte del camuffamento? Oppure questi rettili potrebbero effettivamente utilizzare questi rami come esche artificiali?
Dopo aver studiato le abitudini di questi rettili in quattro siti in Louisiana per un anno, gli scienziati hanno confermato che alligatori e coccodrilli utilizzano ramoscelli per attirare ignari uccelli verso il loro destino.
E qui viene la parte davvero strana: i rettili coprivano i loro musi con rami solo durante la stagione di nidificazione primaverile, quando la domanda di ramoscelli era alta e gli uccelli afferravano ogni piccolo scarto legnoso che potevano trovare per costruire il proprio nido.”



3. Mangiano frutta e verdura. 
Alcuni dei tuoi amici umani “più evoluti” ti diranno che mangiare carne è disumano. Bene, ora anche i coccodrilli hanno raggiunto quel piano superiore di esistenza già occupato dai tuoi amici. OK, i coccodrilli consumano ancora notevoli quantità di carne, ma la ricerca dimostra che questi rettili hanno anche un gran desiderio di mangiare noci, bacche, legumi e persino cereali. I semi che espellono fanno sì che le piante prosperino in territori anche molto lontani dalla pianta madre [5].

4. Stringono alleanze sbalorditive. 
Presso la riserva biologica La Selva a Puerto Viejo, Sarapiquí, sono state filmate farfalle e api mentre bevevano lacrime di caimano [6]. Il direttore della riserva, Carlos de la Rosa, ha riferito che una farfalla ha bevuto per 15 minuti stando sul bordo esterno dell'occhio del caimano. La farfalla e l’ape cercavano il sale contenuto nelle lacrime, una risorsa scarsa nel loro ambiente. De la Rosa ha aggiunto che le lacrime potrebbero contenere anche proteine e altri micronutrienti utili agli insetti.
In che modo questo può avvantaggiare il rettile? Be’, in realtà potrebbe non importargliene molto. Oppure, come De la Rosa intende scoprire, il rapporto potrebbe essere essenziale per l'ecosistema. Se le cene a goccia non sono solo dei desideri casuali, e in realtà frequentemente si osservano fenomeni simili, sarebbe un indizio del fatto che le lacrime di un predatore superiore sono un elemento chiave dell'ecosistema di La Selva e della sua sostenibilità. Sarebbe una mossa intelligente nell’interesse di questi rettili.



Articolo originale di Matt Levin per The Tico Times: 

Traduzione e adattamento di Crocomania.com: 

Riferimenti: 








mercoledì 16 aprile 2014

Furbo come un coccodrillo!

Credits: Charles Booher

Il coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus) ha visto nascere, fiorire e poi scomparire la grandiosa civiltà dell'antico Egitto.
Era lì da molto prima che arrivassero gli uomini, ed è rimasto lì dopo il disfacimento di una delle più belle civiltà della storia umana.

Qual è il suo segreto?
Forse è la sua straordinaria capacità di adattarsi alle nuove condizioni ambientali. Vi racconto questa illuminante storia ambientata nel '900.

Il coccodrillo del Nilo, che se lasciato in pace può crescere anche oltre i 6 metri di lunghezza, un brutto giorno si ritrova nel suo adorato fiume... senza più una goccia d'acqua.
Ovunque il povero cocco giri lo sguardo, l'enorme Nilo, da sempre pieno d'acqua e di gustosi pesciolini, è divenuto una landa desolata.
"Che è successo?" si domanda preoccupato il cocco, "Vuoi vedere che c'è lo zampino degli umani?"
Sì, c'è lo zampino degli umani: quei guastafeste hanno costruito una serie di chiuse sul bellissimo Nilo, per regolare la portata delle sue acque.

Il problema però è urgente: niente acqua = niente pesci!
Che fare?

Credits: Gilles Caruso

I cocchi, vista la situazione, tengono d'occhio per un po' il funzionamento delle chiuse, scoprendo che c'è un "ritmo" alla base dell'apertura e chiusura che determina quando l'acqua viene tolta al fiume, e quando viene di nuovo rilasciata.
I cocchi, scaltri come solo un cocco vissuto con gli antichi egizi può essere, IMPARANO questo "ritmo" e diventano capaci di PREVEDERE quando le chiuse verranno di nuovo aperte, cioè quando l'acqua tornerà a bagnare abbondantemente il letto del Nilo, e con lei... i pesci.

Nel giro di poco tempo, la popolazione di coccodrilli impara a prevedere ogni nuova apertura e poco prima del grande evento i cocchi si posizionano nel fiume come una task-force ben addestrata: a gruppi o singolarmente, i cocchi occupano determinate postazioni nel letto del fiume, in attesa dell'acqua ricca di pesci.

Addirittura hanno escogitato una soluzione a dir poco geniale, una vera e propria "rete da pesca vivente”: diversi coccodrilli si dispongono, in punti precisi del corso del Nilo, su file che occupano tutta la larghezza del fiume; quando i pesci arriveranno, troveranno una sorta di sbarramento coccodrillesco che li fermerà e ai cocchi basterà semplicemente... aprire la bocca.

Ora, se qualcuno pensa che un rettile "preistorico" come il coccodrillo possa vivere "di solo istinto" con comportamenti "prevedibili e automatici", penso che dovrà ricredersi. Questa faccenda del coccodrillo del Nilo che ha imparato a prevedere l'apertura delle chiuse, e a disporsi in un certo modo in attesa dell'acqua, io non posso che chiamarla proprio con il suo nome: intelligenza.

Credits: Gilles Caruso